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Dantedì 730

Nella giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri, il nostro Presidente, Antonino Tobia, ha proposto una metodica riflessione sulle profezie della Divina Commedia

Relatore: Prof. Antonino Tobia

Si trascrive qui di seguito la relazione del prof. Antonino Tobia

Il 25 marzo di ogni anno, è il cosiddetto DanteDì, un giorno per ricordare Dante Alighieri, uno dei poeti più illustri del nostro Paese, la cui Divina Commedia è conosciuta in tutto il mondo. Tale progetto prende l’avvio il 19 giugno del 2017, allorché il giornalista e scrittore Paolo Di Stefano, sul Corriere della Sera, scriveva che in Italia non c’era una giornata dedicata al Sommo Poeta, come invece avveniva in altri Paesi per autori celebri, come in occasione del Bloomsday, che  commemora ogni anno a Dublino l’irlandese James Joyce, l’autore di Ulisse, romanzo doctus et laboriosus, direbbe Catullo.

Il nome DanteDì arriva in occasione di un incontro tra il giornalista Di Stefano e il linguista Francesco Sabatini,e il 4 luglio del 2019 a Milano viene proclamata la nascita della giornata dedicata a Dante Alighieri.

È stato l’allora ministro della Cultura Dario Franceschini che propose di istituire il DanteDì, approvato dal consiglio dei ministri il 17 gennaio del 2020.  

La data non è stata scelta a caso. Si narra, infatti, che il 25 marzo del 1300 sia iniziato il viaggio che ha dato vita alla Divina Commedia. Fu proprio in quel giorno che il Sommo Poeta si ritrovò in una selva oscura, avendo smarrito la diritta via. Qui incontrò Virgilio e iniziò il viaggio con lui attraverso Inferno e Purgatorio, prima di giungere in Paradiso da Beatrice.

Le profezie nella Divina Commedia

Il termine profezia deriva dal verbo greco prò-femi nel significato di annunciare, anticipare qualcosa che dovrà accadere.Si tratta,quindi, della predizione di un evento futuro, dovuta a ispirazione divina o soprannaturale e varia a seconda del contesto culturale e religioso.

Le profezie che troviamo nelle cantiche della Commedia di Dante riguardano sia eventi individuali, sia collettivi con riferimento alle sorti dell’umanità intera. Infatti, le profezie che Dante riceve dai diversi personaggi che incontra durante il suo viaggio ultraterreno tracciano un quadro politico, etico e sociale del suo tempo e, allo stesso tempo, rappresentano le molteplici sfaccettature della sua individualità e le vicende cui dovrà andare incontro lungola sua travagliata esistenza di esule.

La prima profezia è presente già nel I canto dell’Inferno, dove compare la figura enigmatica del Veltro. L’allegoria del Veltro fa riferimento ad un personaggio misterioso che,profetizza Virgilio, verrà sulla Terra per liberare il mondo dalla cupidigia e dall’avidità, vizi allegoricamente rappresentati dalla Lupa, l’essere famelico, che impedisce a Dante di superare la selva oscura e di intraprendere il cammino verso il colle illuminato. Tale animale di tutte brame/ sembiava carca nella sua magrezza,/ e molte genti fé già viver grame…,e ha natura sì malvagia e ria,/ che mai non empie la bramosa voglia,/ e dopo ‘l pasto ha più fame che pria. Nella sua realtà storica, secondo il dantista Bruno Nardi, la lupa incarna l’agire di papa Bonifacio VIII, uomo avido di ricchezze e di dominio. Più difficile è individuare l’identità del Veltro che è posto in antitesi con quanto di negativo rappresenta la lupa.Questi non ciberà terra né peltro,/ ma sapienza, amore e virtute,/  e sua nazionsarà tra feltro e feltro./ Di quella umile Italia fia salute/  per cui morì la vergine Camilla, Eurialo e Turno e Niso di ferute./ Questi la caccerà per ogni villa,/ fin che l’avrà rimessa ne lo ‘nferno,/ là onde ‘nvidia prima dipartilla.

Il Veltro non aspira al dominio, non è avido di beni materiali, né si ciberà di terra né d’argento, ma di sapienza, amore e virtù.Del Veltro si possono dare,nel dubbio,tre interpretazioni: una storico-politica che identificherebbe il Veltro con l’imperatore Arrigo VII di Lussemburgo o con il signore di Verona,Cangrande della Scala, presso la cui corte Dante troverà benevola ospitalitàin due periodi distinti: nel 1312, subito dopo la morte dell’imperatore Arrigo VII  e nel 1320, un anno prima della sua morte, quando tornerà a Verona e leggerà la  sua opera scientifica e filosofica Questio de aqua et terra. A Cangrande Dante dedicherà la cantica del Paradiso. Oppure, un’interpretazione religiosa nel Veltro riconoscerebbe la figura di un inviato divino, destinato a ristabilire la pace e la giustizia nel mondo. C’è anche chi considera il Veltro il simbolo stesso della ragione umana, quale dono divino, capace di ristabilire l’armonia fra le genti, e di sconfiggere i vizi dell’avidità, della incontinenza e della matta bestialità. In questo senso, il Veltro rappresenterebbe la speranza di un mondo migliore, e la sua presenza già nel I canto dell’Inferno proietterebbe l’immagine di un’Italia in grado di risollevarsi dalle sue miserie, memore dei grandi eroi che ad essa diedero i natali. Un’Italia, quindi, redenta politicamente e moralmente, essa stessa giardino dell’Imperouniversale,per  designazione divina.

Dal canto VI dell’Inferno in poi le profezie si focalizzerannosulla vita e il destino del poeta, principalmente sul suo esilio da Firenze e le difficoltà che dovrà incontrare. Lo sguardo del poeta sarà rivolto, con un crescendo di orizzonte politico,ora alle lotte faziose che insanguinano guelfi e ghibellini, Bianchi e Neri, ora al degrado politico dell’Italia, ora alle sorti dell’umanità e della necessità di un Impero,che ristabilisca l’ordine tra le genti, sotto la guida spirituale del pontefice e temporale dell’imperatore.

Nel canto VI dell’Inferno, nel IIIcerchio dei golosi, Dante incontra il fiorentino Ciacco da cui riceve la sua prima profezia sulle sorti di Firenze.Dalla sozza mistura in cui questi peccatori sono immersi, in relazione con la pena del contrappasso, il peccatore emerge e si presenta a Dante, che stenta a riconoscerlo perchéil viso di Ciacco è sconvoltodalla sofferenza della pena: 'La tua città , ch’è piena/ d’invidia sì che già trabocca il sacco/ seco mi tenne in la vita serena/ voi cittadini mi chiamaste Ciacco,/ per la dannosa colpa de la gola…'. Dante si mostra dispiaciuto della triste espiazione cui è condannato il suo concittadino, ma allo stesso tempo con lui si vuole intrattenere per parlare della situazione politica che travaglia la loro città. Tre sono le domande che il poeta pone al suo interlocutore: ' … a che verranno/ li cittadini de la città partita;/ s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione/ per che l’ha tanta discordia assalita'. Ciacco risponde prontamente, quasi sentisse il bisogno di ricordare nel bene e nel male la città dei suoi natali. In tre terzine Dante, attraverso Ciacco, ricompone sinteticamente gli ultimi anni della vita politica fiorentina: dopo la battaglia di Benevento del 1266 i ghibellini sconfitti dai guelfi saranno costretti a lasciare Firenze. Ma i guelfi non sapranno governare in un clima di armoniosa collaborazione tra le famiglie guelfe, che presto si divideranno in Bianchi e Neri, due fazioni in contrasto tra di loro, capeggiati gli uni dalla famiglia dei Cerchi, gli altri dalla potente famiglia dei Donati, la fazione di appartenenza di Gemma, la moglie di Dante,  che invece parteggia per la famiglia dei Cerchi.

'Poi appresso convien che questa caggia/ infra tre soli, e che l’altra sormonti/ con la forza di tal che testé piaggia'. Il riferimento è al papa Bonifacio VIII, che tra il 1301 e il 1302 inviterà Carlo di Valois, fratello di Filippo il Bello, a scendere a Firenze per favorire il ritorno dei Neri. Vittima illustre tra i i guelfi bianchi sarà Dante, che nel 1302 sarà costretto a lasciare Firenze e la sua famiglia per un esilio senza ritorno. Alla seconda domanda, Ciacco risponde che a Firenze' giusti son due, e non vi sono intesi'. Probabilmente, anche secondo il Boccaccio dei due giusti uno è lo stesso Dante e l’altro l’amico Guido Cavalcanti. Ma il numerale 'due' potrebbe assumere il significato indefinito di uno sparuto insieme di persone giuste, che non riescono a far valere la loro voce di giustizia e di concordia. Infatti, le cause della discordia tra i cittadini, aggiunge Ciacco come terza risposta, sono la superbia, l’invidia e l’avarizia.

Ciacco doveva essere stimato da Dante se a lui concede il diritto di presentare il quadro politico della sua Firenze e di profetizzare il destino cui andrà incontro a causa della superbia e dell’invidia dei suoi concittadini.

Farinata degli Uberti nel canto X riprenderà a discutere delle lotte politiche tra i guelfi e i ghibellini, colloquio che in un primo momento assumerà il tono di una schermaglia sulla diversa valutazione delle lotte tra i due partiti. Farinata è un ghibellino che non si cura del fuoco che incessantemente fa ardere l’avello in cui giace. Anzi, cogliendo il suono della loquela toscana di Dante lo invita a fermarsi perché è curioso di stabilire un contatto con un tal toscano che ha il privilegio di visitare ancora vivo il regno dei morti: El s’ergea col petto e con la fronte/  com’avesse l’inferno a gran dispitto … e poi quasi sdegnoso/  mi domandò : Chi fuor li maggior tui?...

Farinata, prima di interloquire con lo sconosciuto passeggero, vuol conoscere a quale famiglia appartiene e il colore della sua parte, mantenendo un atteggiamento superbo e altero. Quando apprende la fazione di appartenenza di Dante, risponde con tono arrogante,mosso da risentimento politico. Egli era stato in vita un fiero rappresentante dei ghibellini, che  per ben due volte avevano sconfitto i guelfi nel 1248 con l’aiuto di Federico II e nel 1260 con la battaglia di Montaperti.  Dante non si lascia scomporre da tanta arroganzae , mosso anch’egli dalla passione politica, risponde duramente, sottolineando che che i suoi erano riusciti ogni volta a rientrare a Firenze, il che non era toccato ai ghibellini. A questo punto, i toni accesi della discussione si attenuano, anche perché Farinata e lo stesso Dante sono due vittime della forsennata politica delle loro fazioni. Gli avversari non colpiscono più di fioretto e il tono superbo e sarcastico, che ha contrassegnato il 'primo detto' di Farinata e la risposta dura di Dante,cede a un dialogo più personale e misurato.Ora è l’uomo che parla e rivela a Dantel’angoscia  che lo opprime per la sorte dei suoi che  non sono riusciti a rientrare a Firenze dopo l’esilio:  S’elli han quell’arte male appresa/ ciò mi tormenta più che questo letto…Il grande orgoglio che ha caratterizzato l’accesa discussione politica cede il posto agli affetti personali. Farinata è tormentato dall’esilio che continua a colpire i membri della sua famiglia e, mentre augura a Dante di ritornare un giorno nel dolce mondo, gli chiede la ragione per cui il popolo fiorentino continua a infierire contro i suoi con leggi ostili. Dante gli ricorda che i fiorentini non hanno dimenticato la grande strage che insanguinò il fiume Arbia vicino a Montaperti, dove si svolse la battaglia tra i guelfi e i ghibellini senesi e dei loro alleati, tra cui i fuorusciti ghibellini fiorentini guidati da Farinata. Grave fu la sconfitta dei guelfi, ma Farinata rivendica che fu il solo, quando tutti avevano accettato di mettere a ferro e fuoco Firenze, colui che la difese a viso aperto. Il personaggio che all’inizio dell’incontro con Dante si era mostrato altero e sdegnoso, ha riacquistato un tanto di umanità e di affetto non solo verso i suoi cari, ma anche nei confronti della sua patria lontana, Firenze. Farinata, come tutti i dannati, non conoscono gli avvenimenti del tempo presente, ma hanno il privilegio divino di saper leggere nel futuro. Così profetizza a Dante che non mancherà molto che anche lui proverà le asprezze dell’esilio: Ma non cinquanta volte fia raccesa/ la faccia de la donna che qui regge,/ che tu saprai quanto quell’arte pesa.'

Dante e Virgilio sono scesinel settimo cerchio dell’Inferno, dove sono puniti i violenti, suddiviso in tre gironi che comprendono i violenti contro il prossimo, contro se stessi e contro Dio, natura ed arte. Tra i sodomiti, peccatori contro natura, Dante incontra il suo maestro Brunetto Latini, costretto a vagare incessantemente su una pianura di sabbia infuocata sotto una pioggia di fuoco. Dante stabilisce un dialogo basato sui dolci ricordi giovanili e affiorano alla sua mente gliinsegnamenti della 'cara e buona imagine paterna' da cui apprendeva come 'l’uomo si etterna'. Anche sotto la pioggia di fuoco, il Maestro continua a dare suggerimenti al suo allievo:…Se tu segui tua stella,/ non puoi fallire a glorioso porto,/ se ben m’accorsi nella vita bella;/ e s’io non fossi sì per tempo morto, veggendo il cielo sì a te benigno,/ dato t’avrei all’opera conforto./ Ma quell’ingrato popolo maligno/ che discese di Fiesole ab antico,/ ti si farà, per tuo ben far, nemico …   Dante, quindi, non sarà apprezzato dall’incolto popolo fiorentino che si opporrà al suo ben fare, e Brunetto con tono paterno e familiare torna ad esaltare il talento del suo allievo con un’efficace metafora: '…tra li lazzi sorbi/ si disconvien fruttare il dolce fico…'

Dante ha annotato quanto gli è stato annunciato dal suo maestro sul corso del suo destino: 'ciò che narrate di mio corsoscrivo,/e serbolo a chiosar con altro testo/ a donna che saprà, s’a lei arrivo.' Dante ha già ricevute due profezie sul suo destino, ma non gli sono chiari i problemi che dovrà affrontare e spera che sarà Beatrice a chiarirgli il senso nascosto delle profezie e a indicargli la via del bene.

Era già l’ora che volge il disio/ ai navicanti e ‘ntenerisce il core/ lo dì ch’han detto ai dolci amici addio;/ e che lo novo peregrin d’amore/ punge, se ode squilla di lontano/ che paia il giorno pianger che si more…

Dante si trova con Virgilio nell’antipurgatorio e precisamente nella valletta dei principi negligenti. Qui il viator riconosce il suo nobile amico Nino Visconti, il quale si ritrae meravigliato nel sentire che Dante è ancora vivo e grida all’anima di Currado Malaspina di venire a vedere quale grazia Dio abbia concesso a un vivente. Nino si lamenta con Dante di essere stato dimenticato dalla moglie Beatrice d’Este, la quale aveva rinunciato alla vedovanza per sposare Galeazzo Visconti e conclude :Per lei  assai di lieve si comprende/ quanto in femmina foco d’amor dura,/ se l’occhio e il tatto spesso non l’accende…

Dopo Nino è il tempo di intrattenersi conCurrado, l’anima che si era accostata al giudice Nino Visconti per osservare da vicino Dante. Questi, sorpreso d’incontrare un fiorentino ancora in vita nel mondo dell’aldilà, chiede a Dante notizie della Val di Magra, dove egli era stato un gran signore: se novella vera/ di Val di Magra o di parte vicina/ sai, dillo a me, che già grande là era./ Fui chiamato Currado Malaspina;/ non son l’antico , ma di lui discesi;/ a’ miei portai l’amor che qui raffina.

Dante risponde, prodigo di elogi per la famiglia dei Malaspina, esaltandone la liberalità e il valore: La fama che la vostra casa onora,/ grida i segnori e grida la contrada,/ sì che ne sa chi non vi fu ancora…

A questo punto Currado profetizza a Dante che tra sette anni potrà sperimentare personalmente le virtù del suo casato: Ed elli: Or va; che ‘l sol non si ricorca/ sette volte nel letto che ‘l Montone/ con tutti e quattro i piè cuopre e inforca/ che cotesta cortese oppinione/ ti fia chiavata in mezzo de la testa/ con maggiori chiovi che d’altrui sermone,/ se corso di giudicio non s’arresta…

Dante sarà, infatti, ospite, quale procuratore del marchese Franceschino,e sperimenterà quanto la nobile famiglia dei Malaspina possa vantarsi del pregio della borsa e della spada.

Il canto XI del Purgatorio è dedicato da Dante al peccato della superbia. È un grido contro la vanagloria umana. Il personaggio principale, scelto dal poeta per denunciare la vacuità della gloria terrena è Oderisi da Gubbio.Il primo spirito a parlare con Dante è Omberto Aldobrandeschi, il quale dichiara, sotto il grave peso che costringe i superbi a stare col capo chino, di aver peccato di superbia e di arroganza e diaver nutrito un orgoglio smisurato dei suoi nobili natali e delle opere virtuose dei suoi antenati, al punto da non considerare l’origine comune di tutti gli uomini e da aver trascinato con sé nella rovina tutti i suoi consanguinei. Diversa è però la natura del peccato di superbia che Oderisi Da Gubbio sta scontando nella prima cornice del Purgatorio. Non si tratta dell’orgoglio delle proprie origini, ma di aver creduto che non ci fosse maestro più grande di lui nella tecnica della miniatura. Lo stesso Dante ha di lui un ricordo esaltante: Oh!,diss’io lui, non se’ tu Oderisi, / l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte/ ch’alluminar chiamata è in Parisi?... Ma Oderisi non si lascia tentare dalla vanagloria e con sincera umiltà risponde: Frate, …più ridon le carte/ che pennelleggia Franco Bolognese; / l’onore è tutto or suo, e mio in parte. / … Oh vana gloria de l’umane posse! / com’ poco verde in su la cima dura,/ se non è giunta da l’etati grosse! / Credette Cimabue ne la pittura/ tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,/ sì che la fama di colui è scura./ Così ha tolto l’uno a l’altro Guido/ la gloria de la lingua; e forse è nato/ chi l’uno e l’altro caccerà dal nido.I commentatori sono tuti d’accordo nel riconoscere nel successore di Guido Guinizelli, padre dello Stil novo, e di Guido Cavalcanti, abile dicitore in rima e filosofo di grande pregio, lo stesso Dante, che in questo caso peccherebbe anch’egli di superbia. Il poeta affida a Oderisi la celebrazione della sua eccellenza poetica, sebbene sappia che non  è il mondanromore altro ch’un fiato/ di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi/ e muta nome perché muta lato…la nominanza è color d’erba/ che viene e va, e quei la discolora/ per cui ella esce de la terra acerba.

Le profezie che Dante ha ascoltato nell’Inferno e nel Purgatorio riguardanti la sua vita futura hanno lasciato nel poeta ansia, preoccupazione, sconforto. Nel Paradiso spera ora di conoscere meglio il suo destino futuro, anche perché il suo interlocutore è uno spirito beato e per giunta il suo illustre trisavolo, Cacciaguida che per amore del suo pronipote scende dal braccio destro ai piedi della croce in cui sono incastonati gli spiriti virtuosi del cielo di Marte.  Dante è commosso e intimidito, ma la stessa Beatrice  lo incoraggia ad esprimere i suoi dubbi al nobile congiunto: …Manda fuor la vampa/ del tuo disio… sì ch’ella esca/ segnata bene de la interna stampa.Stimolato e sostenuto moralmente dalla sua donna Dante, con un registro linguistico misurato e riverente, così si apre al suo trisavolo:

O cara piota mia che sì t’insusi,/ che, come veggion le terrene menti /non capere in triangol due ottusi,/ così vedi le cose contingenti/ anzi che sien in sé, mirando il punto/ a cui tutti li tempi son presenti;/ mentre ch’io ero a Virgilio congiunto/ su per lo monte che l’anime cura/ e discendendo nel mondo defunto,/ dette mi fuor de la vita futura/ parole gravi, avvegna ch’io mi senta/ ben tetragono ai colpi di ventura;/ per che la voglia mia sarà contenta/ d’intender qual fortuna mi s’appressa: ché saetta previsa vien più lenta.

Caccaguida, quello amor paterno, risponde con chiare parole e con preciso latino senza ricorrere ad espressioni oscure e ambigue, tipiche degli oracoli antichi:

Qual si partioIpolito d’Atene/ pe la spietata e perfida noverca,/ tal di Fiorenza partir ti convene./ Questo si vuole e questo già si cerca,/ e tosto verrà fattoa chi ciò pensa/ là dove Cristo tutto dì si merca./ … Tu lascerai ogni cosa diletta/ più caramente; e questo è quello strale / che l’arco de lo esilio pria saetta./ Tu proverai sì come sa di sale/ lo pane altrui, e come è duro calle/ lo scendere e’l salir per l’altrui scale./ … Lo primo tuo refugio e ‘l primo ostello/ sarà la cortesia del gran Lombardo/ che ’n su la scala porta il santo uccello;/ ch’in te avrà si benigno riguardo,/ che del fare e del chieder tra voi due, / fia primo quel che tra li altri è più tardo./ Con lui vedrai colui che ‘mpressofue,/ nascendo, sì da questa stella forte,/ che notabilfienl’opere sue … /A lui t’aspetta e a’ suoi benefici;/ per lui fia trasmutata molta gente,/ cambiando condizion ricchi e mendici;/ e portera’ne scritto ne la mente/ di lui, e nol dirai/ …Figlio, queste son le chiose/ di quelche ti fu detto; ecco le ‘nsidie,/ che dietro a pochi giri son nascose./ Non vo’ però ch’a’ tuoi vicini invidie,/ poscia che s’infutura la tua vita/ via più là che ‘l punir di lor perfidia. Attraverso le parole di Cacciaguida, Dante ha eretto a sé un monumento aere perennius, per ricordare  Orazio, un piedistallo morale e poetico che sopravvivrà nella memoria dei posteri. Senza l’esperienza dell’esilio la Divina Commedia avrebbe avuto uno sviluppo diverso, non solo nel senso della drammatizzazione che avrebbe potuto difettare di vivacità e policromia, ma soprattutto a causa di una diversa maturazione spirituale che, senza la lontananza forzata dalla patria, non avrebbe consentito al poeta di raggiungere né tanta sensibilità né tanto acume, né tanta sublimazione artistica.

 

 

Autore Prof-Greco

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Inserito il 25 Marzo 2025 nella categoria Relazioni svolte